Tra me e l'universo scorre un magico senso di pace, amore, mi rilasso e aspiro la beatitudine ed il silenzio.
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venerdì 7 dicembre 2012
Swami Shivananda di Rishikesh spiegava lo Yoga come...
"...integrazione ed armonia tra pensiero, parola ed azione, o integrazione tra testa, cuore e mani".
venerdì 23 novembre 2012
Il Vangelo secondo l'Apostolo Didimo Giuda Tommaso
Queste sono le parole segrete che Gesù vivente ha pronunciato e Didimo Giuda Tommaso ha trascritto.
1. E lui disse, "Chiunque trova l'interpretazione di queste parole non conoscerà la morte".
2. Gesù disse, "Coloro che cercano cerchino, finché troveranno. Quando troveranno, resteranno turbati. Quando saranno turbati si stupiranno, e regneranno su tutto."
3. Gesù disse, "Se i vostri capi vi diranno, 'Vedete, il Regno è nei cieli', allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, 'È nei mari', allora i pesci vi precederanno. Invece, il Regno è dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete sarete riconosciuti, e comprenderete di essere figli del Padre vivente. Ma se non vi conoscerete, allora vivrete in miseria, e sarete la miseria stessa."
4. Gesù disse, "L'uomo di età avanzata non esiterà a chiedere a un bambino di sette giorni dov'è il luogo della vita, e quell'uomo vivrà. Perché molti dei primi saranno ultimi, e diventeranno tutt'uno."
5. Gesù disse, "Sappiate cosa vi sta davanti agli occhi, e quello che vi è nascosto vi sarà rivelato. Perché nulla di quanto è nascosto non sarà rivelato."
6. I suoi discepoli gli chiesero e dissero, "Vuoi che digiuniamo? Come dobbiamo pregare? Dobbiamo fare elemosine? Quale dieta dobbiamo osservare?"
7. Gesù disse, "Non mentite, e non fate ciò che odiate, perché ogni cosa è manifesta in cielo. Alla fine, nulla di quanto è nascosto non sarà rivelato, e nulla di quanto è celato resterà nascosto."
7. Gesù disse, "Fortunato è il leone che verrà mangiato dall'umano, perché il leone diventerà umano. E disgraziato è l'umano che verrà mangiato dal leone, poiché il leone diventerà comunque umano."
8. E disse, "L'uomo è come un pescatore saggio che gettò la rete in mare e la ritirò piena di piccoli pesci. Tra quelli, il pescatore saggio scoprì un ottimo pesce grosso. Rigettò tutti gli altri pesci in mare, e poté scegliere il pesce grosso con facilità. Chiunque qui abbia due buone orecchie ascolti!"
9. Gesù disse, "Vedete, il seminatore uscì, prese una manciata e seminò.
Alcuni semi caddero sulla strada, e gli uccelli vennero a raccoglierli.
Altri caddero sulla pietra, e non misero radici e non produssero spighe.
Altri caddero sulle spine, e i semi soffocarono e furono mangiati dai vermi.
E altri caddero sulla terra buona, e produssero un buon raccolto, che diede il sessanta per uno e il centoventi per uno."
10. Gesù disse, "Ho appiccato fuoco al mondo, e guardate, lo curo finché attecchisce."
11. Gesù disse, "Questo cielo scomparirà, e quello sopra pure scomparirà. I morti non sono vivi, e i vivi non morranno. Nei giorni in cui mangiaste ciò che era morto lo rendeste vivo. Quando sarete nella luce, cosa farete? Un giorno eravate uno, e diventaste due. Ma quando diventerete due, cosa farete?"
12. I discepoli dissero a Gesù, "Sappiamo che tu ci lascerai. Chi sarà la nostra guida?" Gesù disse loro, "Dovunque siate dovete andare da Giacomo il Giusto, per amore del quale nacquero cielo e terra."
13. Gesù disse ai suoi discepoli, "Paragonatemi a qualcuno e ditemi come sono."
Simon Pietro gli disse, "Sei come un onesto messaggero."
Matteo gli disse, "Sei come un filosofo sapiente."
Tommaso gli disse, "Maestro, la mia bocca è totalmente incapace di esprimere a cosa somigli."
Gesù disse, "Non sono il tuo maestro. Hai bevuto, e ti sei ubriacato dell'acqua viva che ti ho offerto." E lo prese con sé, e gli disse tre cose. Quando Tommaso tornò dai suoi amici questi gli chiesero, "Cosa ti ha detto Gesù?" Tommaso disse loro, "Se vi dicessi una sola delle cose che mi ha detto voi raccogliereste delle pietre e mi lapidereste, e del fuoco verrebbe fuori dalle rocce e vi divorerebbe."
14. Gesù disse loro, "Se digiunate attirerete il peccato su di voi, se pregate sarete condannati, e se farete elemosine metterete in pericolo il vostro spirito. Quando arrivate in una regione e vi aggirate per la
campagna, se la gente vi accoglie mangiate quello che vi offrono e prendetevi cura dei loro ammalati. Dopo tutto, quello che entra nella vostra bocca non può rendervi impuri, è quello che viene fuori dalla vostra bocca che può rendervi impuri."
15. Gesù disse, "Quando vedrete uno che non è nato da una donna, prostratevi e adoratelo. Quello è il vostro Padre."
16. Gesù disse, "Forse la gente pensa che io sia venuto a portare la pace nel mondo. Non sanno che sono venuto a portare il conflitto nel mondo: fuoco, ferro, guerra. Perché saranno in cinque in una casa: ce ne saranno tre contro due e due contro tre, padre contro figlio e figlio contro padre, e saranno soli."
17. Gesù disse, "Vi offrirò quello che nessun occhio ha visto, nessun orecchio ha udito, nessuna mano ha toccato, quello che non è apparso nel cuore degli uomini."
18. I discepoli dissero a Gesù, "Dicci, come verrà la nostra fine?" Gesù disse, "Avete dunque trovato il principio, che cercate la fine? Vedete, la fine sarà dove è il principio. Beato colui che si situa al principio: perché conoscerà la fine e non sperimenterà la morte."
19. Gesù disse, "Beato colui che nacque prima di nascere. Se diventate miei discepoli e prestate attenzione alle mie parole, queste pietre vi obbediranno. Perché vi sono cinque alberi per voi in Paradiso: non mutano, inverno ed estate, e le loro foglie non cadono. Chiunque li conoscerà non
sperimenterà la morte."
20. I discepoli dissero a Gesù, "Dicci com'è il Regno dei Cieli." E lui disse loro, "È come un seme di mostarda, il più piccolo dei semi, ma quando cade sul terreno coltivato produce una grande pianta e diventa un riparo per gli uccelli del cielo."
21. Maria chiese a Gesù, "Come sono i tuoi discepoli?" Lui disse, "Sono come bambini in un terreno che non gli appartiene. Quando i padroni del terreno arrivano, dicono, 'Restituiteci il terreno.' E quelli si spogliano dei loro abiti per renderglieli, e gli restituiscono il terreno. Per questo motivo dico, se i proprietari di una casa sanno che sta arrivando un ladro staranno in guardia prima che quello arrivi e non gli permetteranno di entrare nella loro proprietà e rubargli i loro averi. Anche voi, quindi, state in guardia nei confronti del mondo. Preparatevi con grande energia, così i ladri non avranno occasione di sopraffarvi, perché la disgrazia che attendete verrà. Che fra voi ci sia qualcuno che comprenda. Quando il raccolto fu maturo, lui arrivò subito con un sacco e lo mieté. Chiunque abbia due buone orecchie
ascolti!"
22. Gesù vide alcuni neonati che poppavano. Disse ai suoi discepoli, "Questi neonati che poppano sono come quelli che entrano nel Regno." E loro gli dissero, "Dunque entreremo nel regno come neonati?" Gesù disse loro, "Quando farete dei due uno, e quando farete l'interno come l'esterno e l'esterno come l'interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l'uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani,
piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno."
23. Gesù disse, "Sceglierò fra voi, uno fra mille e due fra diecimila, e quelli saranno come un uomo solo."
24. Dissero i suoi discepoli, "Mostraci il luogo dove sei, perché ci occorre cercarlo." Lui disse loro, "Chiunque qui abbia orecchie ascolti! C'è luce in un uomo di luce, e risplende sul mondo intero. Se non risplende, è buio."
25. Gesù disse, "Amate il vostro amico come voi stessi, proteggetelo come la pupilla del vostro occhio."
26. Gesù disse, "Voi guardate alla pagliuzza nell'occhio del vostro amico, ma non vedete la trave nel vostro occhio. Quando rimuoverete la trave dal vostro occhio, allora ci vedrete abbastanza bene da rimuovere la pagliuzza dall'occhio dell'amico."
27. "Se non digiunate dal mondo, non troverete il Regno. Se non osservate il Sabato come Sabato non vedrete il Padre."
28. Gesù disse, "Ho preso il mio posto nel mondo, e sono apparso loro in carne ed ossa. Li ho trovati tutti ubriachi, e nessuno assetato. Il mio animo ha sofferto per i figli dell'umanità, perché sono ciechi di cuore e non vedono, poiché sono venuti al mondo vuoti, e cercano di andarsene dal mondo pure vuoti. Ma nel frattempo sono ubriachi. Quando si libereranno dal vino, cambieranno condotta."
29. Gesù disse, "Se la carne fosse nata a causa dello spirito sarebbe una meraviglia, ma se lo spirito fosse nato a causa del corpo sarebbe una meraviglia delle meraviglie. Eppure mi stupisco di come questa grande ricchezza si sia ridotta in tale miseria."
30. Gesù disse, "Dove ci sono tre divinità, esse sono divine. Dove ce ne sono due o una, io sono con lei."
31. Gesù disse, "Nessun profeta è benvenuto nel proprio circondario; i dottori non curano i loro conoscenti."
32. Gesù disse, "Una città costruita su un'alta collina e fortificata non
può essere presa, né nascosta."
33. Gesù disse, "Quanto ascolterete con le vostre orecchie, proclamatelo dai vostri tetti ad altre orecchie. Dopo tutto, nessuno accende una lampada per metterla in un baule, né per metterla in un posto nascosto. Piuttosto, la mette su un lampadario così che chiunque passi veda la sua luce."
34. Gesù disse, "Se un cieco guida un cieco, entrambi cadranno in un fosso."
35. Gesù disse, "Nessuno può entrare nella casa di un uomo robusto e prenderla con la forza se prima non gli lega le mani. A quel punto uno può sottrargli la casa."
36. Gesù disse, "Non vi tormentate, dalla mattina alla sera, al pensiero di cosa indossare."
37. I suoi discepoli dissero, "Quando ci apparirai, e quando tornerai a visitarci?" Gesù disse, "Quando vi spoglierete senza vergognarvi, emetterete i vostri abiti sotto i piedi come bambini e li distruggerete,
allora vedrete il figlio di colui che vive e non avrete timore."
38. Gesù disse, "Spesso avete desiderato ascoltare queste parole che vi dico, e non avevate nessuno da cui ascoltarle. Vi saranno giorni in cui mi cercherete e non mi troverete."
39. Gesù disse, "I Farisei e gli accademici hanno preso le chiavi della conoscenza e le hanno nascoste. Non sono entrati, e non hanno permesso a quelli che volevano entrare di farlo. Quanto a voi, siate furbi come serpenti e semplici come colombe."
40. Gesù disse, "Una vite è stata piantata lontano dal Padre. Poiché non è robusta, sarà sradicata a morrà."
41. Gesù disse, "Chiunque ha qualcosa in mano riceverà di più, e chiunque non ha nulla sarà privato anche del poco che ha."
42. Gesù disse, "Siate come passanti."
43. I suoi discepoli gli dissero, "Chi sei tu per dirci queste cose?" "Non comprendete chi sono da quello che dico. Invece, siete diventati come i Giudei, che amano l'albero ma odiano i frutti, o amano i frutti ma odiano l'albero."
44. Gesù disse, "Chiunque bestemmia contro il Padre sarà perdonato, e chiunque bestemmia contro il figlio sarà perdonato, ma chiunque bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonato, né sulla terra né in cielo."
45. Gesù disse, "L'uva non si coglie dai rovi, né i fichi dai cardi, poiché essi non danno frutti. I buoni producono bene da quanto hanno accumulato; i cattivi producono male dalla degenerazione che hanno accumulato nei loro cuori, e dicono cose malvagie. Poiché dal traboccare del cuore producono il male."
46. Gesù disse, "Da Adamo a Giovanni il Battista, fra quanti nacquero da donna nessuno è tanto più grande di Giovanni il Battista da non dover abbassare lo sguardo. Ma vi dico che chiunque fra voi diventerà un bambino riconoscerà il regno e diventerà più grande di Giovanni."
47. Gesù disse, "Un uomo non può stare in sella a due cavalli o piegare due archi. E uno schiavo non può servire due padroni, altrimenti lo schiavo onorerà l'uno e offenderà l'altro. Nessuno beve vino stagionato e subito dopo vuole bere vino giovane. Il vino giovane non viene versato in otri nuovi, altrimenti si guasta. Non si cuce un panno vecchio su un abito nuovo, perché si strapperebbe."
48. Gesù disse, "Se due persone fanno pace in una stessa casa diranno alla montagna 'Spostati!' e quella si sposterà."
49. Gesù disse, "Beati coloro che sono soli e scelti, perché troveranno il regno. Poiché da lì venite, e lì ritornerete."
50. Gesù disse, "Se vi diranno 'Da dove venite?' dite loro, 'Veniamo dalla luce, dal luogo dove la luce è apparsa da sé, si è stabilita, ed è apparsa nella loro immagine.' Se vi diranno, 'Siete voi?' dite, 'Siamo i suoi figli, e siamo i prescelti del Padre vivente.' Se vi chiederanno, 'Qual è la prova che il Padre è in voi?' dite loro, 'È il movimento e la quiete.' "
51. I suoi discepoli gli dissero, "Quando riposeranno i morti, e quando verrà il nuovo mondo?" Lui disse loro, "Quello che aspettate è venuto, ma non lo sapete."
52. I discepoli gli dissero, "È utile o no la circoncisione?" Lui disse loro, "Se fosse utile, il loro padre genererebbe figli già circoncisi dalla loro madre. Invece, la vera circoncisione nello spirito è diventata
vantaggiosa da ogni punto di vista."
54. Gesù disse, "Beato il povero, perché suo è il regno dei cieli."
55. Gesù disse, "Chi non odierà suo padre e sua madre non potrà essere mio discepolo, e chi non odierà fratelli e sorelle, e porterà la croce come faccio io, non sarà degno di me."
56. Gesù disse, "Chi è arrivato a conoscere il mondo ha scoperto una carcassa, e di chiunque ha scoperto una carcassa il mondo non è degno."
57. Gesù disse, Il regno del Padre è come un uomo che ha dei semi. Il suo nemico di notte gli ha piantato erbacce fra i semi. L'uomo non ha voluto che i braccianti gli strappassero le erbacce, ma ha detto loro, 'No, altrimenti per strappare le erbacce potreste finire per strappare anche il grano.' Poiché il giorno del raccolto le erbacce saranno molte, e saranno strappate e bruciate."
58. Gesù disse, "Beato l'uomo che si è impegnato e ha trovato la vita."
59. Gesù disse, "Guardate colui che vive finché vivete, altrimenti potreste morire e poi cercare di scorgere colui che vive, e non ne sareste capaci."
60. Vide un samaritano che portava un capretto e andava in Giudea. Disse ai suoi discepoli, "Quell'uomo [...] del capretto." Loro gli dissero, "Così che possa ucciderlo e mangiarlo." Lui disse loro, "Non lo mangerà finché è vivo, ma solo dopo averlo ucciso e ridotto a cadavere." Loro risposero, "Non potrebbe fare altrimenti." Lui disse loro, "E così pure voi, cercatevi un posto per riposare, o potreste diventare cadaveri e venire mangiati."
61. Gesù disse, "In due si adageranno su un divano; uno morirà, l'altro vivrà." Disse Salomè, "Chi sei tu signore? Sei salito sul mio divano e hai mangiato dalla mia tavola come se qualcuno ti avesse inviato." Gesù le disse, "Sono quello che viene da ciò che è integro. Mi sono state donate delle cose di mio Padre." "Sono tua discepola." "Per questa ragione io ti dico, se uno è integro verrà colmato di luce, ma se è diviso, sarà riempito di oscurità."
62. Gesù disse, "Io rivelo i miei misteri a coloro che ne sono degni. Che la vostra mano sinistra non sappia cosa fa la destra."
63. Gesù disse, "C'era un ricco che aveva molto denaro. Disse, 'Investirò questo denaro così che io possa seminare, mietere e riempire i miei magazzini con il raccolti, e che non mi manchi nulla.' Queste erano le cose che pensava in cuor suo, ma quella stessa notte morì. Chi fra voi ha orecchie ascolti!"
64. Gesù disse, "Un uomo organizzò un ricevimento. Quando ebbe preparato la cena, mandò il suo servo a invitare gli ospiti. Il servo andò dal primo e gli disse, 'Il padrone ti invita.' E quegli disse, 'Ci sono dei mercanti che mi devono dei soldi, e vengono da me stasera. Devo andare a dargli istruzioni. Lo prego di scusarmi ma non posso venire a cena.' Il servo andò da un altro e disse, 'Il padrone ti ha invitato.' Quegli disse al servo, 'Ho comprato una casa, e devo assentarmi per un giorno. Non avrò tempo per la cena.' Il servo andò da un altro e gli disse, 'Il padrone ti invita.' Quegli disse al servo, 'Un mio amico si sposa, e devo preparargli il banchetto. Non potrò venire. Lo prego di scusarmi se non posso venire.' Il servo andò da un altro e gli disse, 'Il padrone ti invita.' Quegli disse al servo, 'Ho comprato una proprietà, e sto andando a riscuotere l'affitto. Non potrò venire, Lo prego di scusarmi.'
Il servo ritornò e disse al padrone, 'Quelli che avevi invitato a cena chiedono scusa ma non possono venire.' Il padrone disse al servo, 'Vai per la strada e porta a cena chiunque trovi.'
Acquirenti e mercanti non entreranno nei luoghi del Padre mio."
65. Lui disse, Un [...] uomo possedeva una vigna e l'aveva affittata a dei contadini, così che la lavorassero e gli cedessero il raccolto. Mandò il suo servo dai contadini per farsi consegnare il raccolto. Quelli lo afferrarono, lo picchiarono, e quasi l'uccisero. Poi il servo ritornò dal padrone. Il padrone disse, 'Forse non li conosceva.' Mandò un altro servo, e i contadini picchiarono anche quello. Quindi il padrone mandò suo figlio e disse, 'Forse verso mio figlio mostreranno un qualche rispetto.' Poiché i contadini sapevano che lui era l'erede della vigna, lo afferrarono e lo uccisero. Chi ha orecchie ascolti!"
66. Gesù disse, "Mostratemi la pietra scartata dai costruttori; quella è la chiave di volta."
67. Gesù disse, "Quelli che sanno tutto, ma sono carenti dentro, mancano di tutto."
68. Gesù disse, "Beati voi, quando sarete odiati e perseguitati; e non resterà alcun luogo, dove sarete stati perseguitati."
69. Gesù disse, "Beati quelli che sono stati perseguitati nei cuori: sono loro quelli che sono arrivati a conoscere veramente il Padre. Beati coloro che sopportano la fame, così che lo stomaco del bisognoso possa essere riempito."
70. Gesù disse, "Se esprimerete quanto avete dentro di voi, quello che avete vi salverà. Se non lo avete dentro di voi, quello che non avete vi perderà."
71. Gesù disse, "Distruggerò questa casa, e nessuno sarà in grado di ricostruirla [...]."
72. Un uomo gli disse, "Dì ai miei fratelli di dividere con me i loro averi." Lui disse all'uomo, "Signore, e chi mi ha nominato spartitore?" Si girò verso i discepoli e disse, "Non sono uno spartitore, vero?"
73. Gesù disse, "Il raccolto è enorme ma i braccianti sono pochi, perciò pregate il mietitore di mandare i braccianti nei campi."
74. Lui disse, "Signore, sono in molti attorno all'abbeveratoio, ma non c'è nulla nel pozzo."
75. Gesù disse, "In molti si affollano davanti alla porta, ma sarà il solitario ad entrare nella camera nuziale."
76. Gesù disse, "Il regno del Padre è come un mercante che ricevette un carico di mercanzia e vi trovò una perla. Il mercante fu accorto; vendette la mercanzia e si tenne solo la perla. Così anche voi, cercate il tesoro che è eterno, che resta, dove nessuna tarma viene a rodere e nessun verme guasta."
77. Gesù disse, "Io sono la luce che è su tutte le cose. Io sono tutto: da me tutto proviene, e in me tutto si compie. Tagliate un ciocco di legno; io sono lì. Sollevate la pietra, e mi troverete."
78. Gesù disse, "Perché siete venuti nella campagna? Per vedere una canna scossa dal vento? E per vedere un uomo vestito in abiti raffinati, come i capi e i potenti? Quelli sono vestiti in panni raffinati, e non sanno cogliere la verità."
79. Una donna nella folla gli disse, "Fortunato il grembo che ti generò e il seno che ti nutrì." Lui le disse, "Fortunati coloro che hanno ascoltato la parola del Padre e l'hanno veramente conservata. Poiché vi saranno giorni in cui direte, 'Fortunato il grembo che non ha concepito, e il seno che non ha allattato."
80. Gesù disse, "Chi è arrivato a conoscere il mondo ha scoperto un cadavere, e chi ha scoperto un cadavere è al di sopra del mondo."
81. Gesù disse, "Lasciate che chi è diventato ricco regni, e che chi ha il potere vi rinunci."
82. Gesù disse, "Chi è vicino a me è vicino al fuoco, e chi è lontano da me è lontano dal regno."
83. Gesù disse, "Le immagini sono visibili alla gente, ma la loro luce è nascosta nell'immagine della luce del Padre. Lui si rivelerà, ma la sua immagine è nascosta dalla sua luce."
84. Gesù disse, "Quando vedete ciò che vi somiglia siete contenti. Ma quando vedrete le immagini che nacquero prima di voi e che non muoiono né diventano visibili, quanto dovrete sopportare!"
85. Gesù disse, "Adamo è partito da un grande potere e una grande ricchezza, ma non era degno di voi. Perché se fosse stato degno, non avrebbe conosciuto la morte."
86. Gesù disse, "Le volpi hanno tane e gli uccelli hanno nidi, ma gli esseri umani non hanno un posto dove stendersi e riposare."
87. Gesù disse, "Quanto è misero il corpo che dipende da un corpo, e quanto è misera l'anima che dipende da entrambi."
88. Gesù disse, "I messaggeri e i profeti verranno da voi e vi daranno ciò che vi appartiene. Voi, da parte vostra, date loro quello che avete, e dite a voi stessi, 'Quando verranno a prendere quello che gli appartiene?'"
89. Gesù disse, "Perché sciacquate l'esterno della coppa? Non capite che quello che ha creato l'interno è anche quello che ha creato l'esterno?"
90. Gesù disse, "Venite a me, perché il mio giogo è confortevole e il mio dominio è gentile, e troverete la vostra pace."
91. Gli dissero, "Dicci chi sei così che possiamo credere in te." Lui disse loro, "Voi esaminate l'aspetto di cielo e terra, ma non siete arrivati a comprendere colui che è di fronte a voi, e non sapete come interpretare il momento attuale."
92. Gesù disse, "Cercate e troverete. Nel passato, comunque, non vi ho rivelato le cose che allora mi chiedeste. Ora vorrei dirvele, ma voi non le chiedete più."
93. "Non date le cose sacre ai cani, perché potrebbero gettarle sullo sterco. Non gettate perle ai porci, o potrebbero [...]."
94. Gesù disse, "Colui che cerca troverà, e chi bussa entrerà."
95. Gesù disse, "Se avete denaro, non prestatelo a interesse. Piuttosto, datelo a qualcuno da cui non lo riavrete."
96. Gesù disse, "Il regno del Padre è come una donna. Prese un po' di lievito, lo nascose nell'impasto, e ne fece grandi forme di pane. Chi ha orecchie ascolti!"
97. Gesù disse, "Il regno è come una donna che portava una giara piena di farina. Mentre camminava per una lunga strada, il manico della giara si ruppe e la farina le si sparse dietro sulla strada. Lei non lo sapeva; non si era accorta di nulla. Quando raggiunse la sua casa, posò la giara e scoprì che era vuota."
98. Gesù disse, "Il regno del Padre è come una persona che voleva uccidere un potente. Prima di uscire di casa sfoderò la spada e la infilò nel muro per provare se il suo braccio riusciva a trapassarlo. Poi uccise il potente."
99. I discepoli gli dissero, "I tuoi fratelli e tua madre sono qui fuori." Lui disse loro, "Quelli che fanno il volere del Padre mio sono i miei fratelli e mia madre. Sono quelli che entreranno nel regno di mio Padre."
100. Mostrarono a Gesù una moneta d'oro e gli dissero, "Gli uomini dell'imperatore romano ci chiedono le tasse." Lui disse loro, "Date all'imperatore quello che è dell'imperatore, date a Dio quello che è di Dio, e date a me quel che è mio."
101. "Chiunque non odia padre e madre come me non può essere mio discepolo, e chiunque non ama padre e madre come me non può essere mio discepolo. Poiché mia madre [...], ma la mia vera madre mi ha dato la vita."
102. Gesù disse, "Maledetti i Farisei! Sono come un cane che dorme nella mangiatoia: il cane non mangia, e non fa mangiare il bestiame."
103. Gesù disse, "Beati quelli che sanno da dove attaccheranno i ribelli. Possono organizzarsi, raccogliere le risorse imperiali, ed essere preparati prima che i ribelli arrivino."
104. Dissero a Gesù, "Vieni, oggi preghiamo, e digiuniamo." Gesù disse, "Quale peccato ho commesso, o di quale impurità mi sono macchiato? Piuttosto, quando lo sposo lascia la camera nuziale, allora lasciate che la gente digiuni e preghi."
105. Gesù disse, "Quando farete dei due uno diventerete figli di Adamo, e quando direte 'Montagna, spostati!' si sposterà."
107. Gesù disse, "Il regno è come un pastore che aveva cento pecore. Una di loro, la più grande, si smarrì. Lui lasciò le altre novantanove e la cercò fino a trovarla. Dopo aver faticato tanto le disse, 'Mi sei più cara tu di tutte le altre novantanove.'"
108. Gesù disse, "Chi berrà dalla mia bocca diventerà come me; io stesso diventerò quella persona, e tutte le cose nascoste gli si riveleranno."
109. Gesù disse, "Il regno del Padre è come una persona che aveva un tesoro nascosto nel suo campo ma non lo sapeva. E quando morì lo lasciò a suo figlio. Il figlio non ne sapeva nulla neanche lui. Diventò proprietario del campo e lo vendette. L'acquirente andò ad arare, scoprì il tesoro, e cominciò a prestare denaro a interesse a chi gli pareva."
110. Gesù disse, "Lasciate che chi ha trovato il mondo, ed è diventato ricco, rinunci al mondo."
111. Gesù disse, "I cieli e la terra si apriranno al vostro cospetto, e chiunque è vivo per colui che vive non vedrà la morte." Non dice Gesù, "Di quelli che hanno trovato se stessi, il mondo non è degno?"
112. Gesù disse, "Maledetta la carne che dipende dall'anima. Maledetta l'anima che dipende dalla carne."
113. I suoi discepoli gli chiesero, "Quando verrà il regno?" "Non verrà cercandolo. Non si dirà 'Guarda, è qui!', oppure 'Guarda, è lì!' Piuttosto, il regno del Padre è sulla terra, e nessuno lo vede."
venerdì 12 ottobre 2012
René Guénon: Al-Faqr o la Povertà Spirituale
L’essere contingente può essere descritto come non autosufficiente e non capace di comprendere in sé la propria esistenza; ne segue che tale essere è di per sé nulla e non possiede niente di ciò che lo determina. Tale è la situazione dell’essere umano per quanto riguarda lo stato individuale, così come lo è per ogni altro essere manifesto, in qualunque stato si trovi, per quanto possano esservi grandi differenze tra i gradi dell’Esistenza Universale, di essere nulla in confronto al Principio. Tali esseri, umani o altri, sono perciò, in tutto e per tutto, in uno stato di completa dipendenza nei confronti del Principio “a parte il quale non vi è nulla, assolutamente nulla che esista”; la consapevolezza di questa dipendenza determina quello stato che talune tradizioni hanno chiamato “povertà spirituale”.
Allo stesso tempo, per quell’essere che abbia acquisito tale consapevolezza, si ha, come immediata conseguenza, il distacco nei confronti di tutte le creature manifeste, poiché diviene consapevole, di qui in avanti, che tali oggetti, come lui stesso, sono nulla e non hanno alcun valore in confronto alla Realtà Assoluta. Questo distacco implica essenzialmente e soprattutto, nel caso dell’essere umano, indifferenza verso il frutto delle azioni, come è insegnato in particolare nella Bhagavad Gita, atteggiamento che permette all’essere di sfuggire l’infinita catena di conseguenze che derivano dalle azioni; si tratta dell’”agire senza desiderio” (nishkaama karma) , mentre l’“agire con desiderio” (sakaama karma) è l’azione svolta in vista dei suoi frutti. “La vera causa delle cose è invisibile e non può essere catturata, definita o determinata. Si può coglierla nella profonda contemplazione da colui che si sia ri-stabilito nella stato di perfetta semplicità, e da nessun altro.” (Lie-Tseu. ch.IV.)
Allo stesso tempo, per quell’essere che abbia acquisito tale consapevolezza, si ha, come immediata conseguenza, il distacco nei confronti di tutte le creature manifeste, poiché diviene consapevole, di qui in avanti, che tali oggetti, come lui stesso, sono nulla e non hanno alcun valore in confronto alla Realtà Assoluta. Questo distacco implica essenzialmente e soprattutto, nel caso dell’essere umano, indifferenza verso il frutto delle azioni, come è insegnato in particolare nella Bhagavad Gita, atteggiamento che permette all’essere di sfuggire l’infinita catena di conseguenze che derivano dalle azioni; si tratta dell’”agire senza desiderio” (nishkaama karma) , mentre l’“agire con desiderio” (sakaama karma) è l’azione svolta in vista dei suoi frutti. “La vera causa delle cose è invisibile e non può essere catturata, definita o determinata. Si può coglierla nella profonda contemplazione da colui che si sia ri-stabilito nella stato di perfetta semplicità, e da nessun altro.” (Lie-Tseu. ch.IV.)
"Semplicità", come unificazione di tutti i poteri dell’essere, è una caratteristica del ritorno allo "stato primordiale"; qui si osserva la differenza che separa la conoscenza trascendente del saggio dalla conoscenza ordinaria e "profana". Questa "semplicità" è quanto altrove è chiamato "infanzia" (in sanscrito baalya), da intendersi in senso spirituale, infanzia che nella dottrina Indù è considerata la condizione indispensabile per la vera conoscenza.
Si ritrovano qui le parole corrispondenti nei Vangeli: "Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà" (Luca XVIII 17), "Tu hai nascosto queste cose agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (Matteo XI 25) Luca X 21). "Semplicità" e "piccolezza" sono equivalenti, in realtà alla "povertà" che spesso è menzionata nei Vangeli, e che spesso è oggetto di equivoci: "Beati i poveri di spirito, loro è il Regno dei Cieli" (Matteo V 2).
Questa "povertà" (in Arabo al-faqr) conduce, secondo l'esoterismo islamico, ad al-fanaa, all'estinzione dell'ego; (nota: tale "estinzione" non è priva di analogie, fino al significato letterale della parola, con il Nirvana della dottrina Indù; oltre al-fanaa vi è fanaa' al-fanaa', l'estinzione dell'estinzione, che corrisponde adeguatamente al paranirvana.) e, grazie a questa "estinzione" si raggiunge la "stazione divina" (al-maaqam al-ilaahii), il punto centrale in cui tutte le distinzioni proprie dei punti di vista estrovertiti sono superate e tutte le contrapposizioni sono svanite e risolte in un equilibrio perfetto. "Nello stato primordiale, le contrapposizioni non esistono. Esse derivano dalla diversificazione degli esseri (inerente la manifestazione e, come essa, contingente) e dal reciproco contatto causato dalla rotazione Universale (la rotazione della "ruota cosmica" sul proprio asse). Esse cessano di affliggere l'essere che abbia ridotto a nulla la distinzione dell'ego e il suo particolare movimento. (Choang-Tseu, ch. XIX.)
Exotic Indian Art - Arte, Artigianato, Sculture, Oggettistica, Tessuti, Abiti e Accessori dall'IndiaLa riduzione dell'ego individuale, che infine scompare riassorbito nel singolo punto, è quanto si indica con al-Fanaa e anche con il "vuoto" menzionato; per di più, è chiaro che, seguendo il simbolismo della ruota, il "movimento" di un essere si riduce mano a mano che si avvicina al centro.
Per "semplicità" si intende l'unità "senza dimensioni" del punto primordiale, che segna la fine del movimento nella sua origine. "L'uomo completamente semplice influenza con la sua semplicità tutti gli esseri, così che dalle sei regioni dello spazio nulla si oppone al lui, nulla gli è ostile e il fuoco e l'acqua non gli possono nuocere". (Lie-Tseu, ch. II.) In effetti egli rimane al centro delle sei direzioni che da lui provengono per emanazione e a cui ritornano, per quel movimento che riporta all'indietro, per essere neutralizzate due a due, cosicché in quello stesso punto le tre coppie di opposti cessano di esistere completamente, e nulla che ne derivi o che vi appartenga può raggiungere l'essere che dimora nell'unità immutabile.
Se dunque non si oppone a nulla, nulla si porrà contro di lui, poichè all'opposizione è necessaria la reciproca relazione, che necessita della presenza di due termini, incompatibile con l'unità del principio; l'ostilità, che è solo il risultato della manifestazione esteriore dell'opposizione, non può esistere in relazione a un essere che è al di fuori e al di là di tutte le opposizioni. Fuoco e acqua, che sono i generi opposti nel "mondo elementare", non possono nuocergli, poichè, in realtà, non esistono più come opposti, essendo ritornati, bilanciando e neutralizzandosi l'uno con l'altro nella riunione delle specifiche qualità, che sebbene opposte le une alle altre, cono effettivamente complementari, nell'indifferenziazione dell'etere primordiale.
Quel punto centrale che è per l'essere umano la comunicazione con gli stati più elevati o "celesti", è la "porta stretta" del simbolismo evangelico e che per le ragioni esposte sopra risulterà chiaro chi siano quei "ricchi" che non possono oltrepassarla; sono gli esseri attaccati alla molteplicità, che sono perciò incapaci sollevarsi dalla conoscenza distintiva; di unificare la conoscenza. L'attaccamento infatti, è l'esatto opposto del distacco indicato in precedenza, così come la ricchezza è l'opposto della povertà, e coinvolge l'essere in una infinita serie di cicli di manifestazione.
L'attaccamento alla molteplicità è anche, in un certo senso, la "tentazione" di cui parla la Bibbia che, facendo assaggiare all'essere il frutto dell'"Albero della Conoscenza del Bene e del Male" lo allontana dall'unità centrale originaria e gli impedisce di raggiungere l'"Albero della Vita"; proprio per questo, infatti, l'essere è sottoposto alla nascita e alla morte. L'apparente via senza fine della molteplicità è raffigurata con esattezza dalle spire del serpente avvolte attorno all'albero che simboleggia l'"Asse del Mondo"; questa è la via di "coloro che sono condotti fuori strada (ad-daalliin), di coloro che sono in "errore" nel senso etimologico della parola, in contrapposizione alla "retta via" (as-siraat al-mustaqiim), in ascensione verticale sullo stesso asse, via citata nella prima Sura del Corano. (nota: la "retta via" è identica al Te o la "Rettitudine" di Lao-Tze, la direzione che deve essere seguita affinché la vita sia in armonia con la "via" (Tao) o il altre parole, in conformità col Principio.)
"Povertà", "semplicità" e "infanzia" sono niente altro che la stessa cosa, e il processo di svestizione che queste parole esprimono [..] culmina in una "estinzione", che in realtà è la pienezza dell'essere, come l'"inazione" (wu-wei) è la pienezza dell'attività, poiché da quella tutte le attività derivano; "Il Principio è sempre inattivo, eppure ogni cosa è prodotta da lui".(Tao-Te-Ching, XXXVII.)
L'essere che ha raggiunto in questo modo il punto centrale ha realizzato, in senso compiuto, l'umanità nella sua interezza; egli è il "vero uomo" (chenn-jen) del Taoismo e quando, partendo da questo punto per raggiungere gli stati più elevati, abbia raggiunto il pieno completamento delle sue possibilità, sarà diventato l'"Uomo Divino" (sheun-jen), ovvero l'"Uomo Universale" (al-insaan al-kaamil) dell'esoterismo islamico. Dunque possiamo dire che coloro che sono "ricchi" dal punto di vista della manifestazione sono realmente "poveri" in relazione al Principio, e viceversa; ciò è quanto viene espresso chiaramente "Gli ultimi saranno primi e i primi saranno ultimi" (Matteo XX 16); e noi dobbiamo ancora una volta osservare la perfetta concordanza tra tutte le dottrine tradizionali, che non sono altro che diverse espressioni della sola Verità.
Articolo di René Guénon in "Studies in Comparative Religion Winter 1973, pp. 16-20"
Si ritrovano qui le parole corrispondenti nei Vangeli: "Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà" (Luca XVIII 17), "Tu hai nascosto queste cose agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (Matteo XI 25) Luca X 21). "Semplicità" e "piccolezza" sono equivalenti, in realtà alla "povertà" che spesso è menzionata nei Vangeli, e che spesso è oggetto di equivoci: "Beati i poveri di spirito, loro è il Regno dei Cieli" (Matteo V 2).
Questa "povertà" (in Arabo al-faqr) conduce, secondo l'esoterismo islamico, ad al-fanaa, all'estinzione dell'ego; (nota: tale "estinzione" non è priva di analogie, fino al significato letterale della parola, con il Nirvana della dottrina Indù; oltre al-fanaa vi è fanaa' al-fanaa', l'estinzione dell'estinzione, che corrisponde adeguatamente al paranirvana.) e, grazie a questa "estinzione" si raggiunge la "stazione divina" (al-maaqam al-ilaahii), il punto centrale in cui tutte le distinzioni proprie dei punti di vista estrovertiti sono superate e tutte le contrapposizioni sono svanite e risolte in un equilibrio perfetto. "Nello stato primordiale, le contrapposizioni non esistono. Esse derivano dalla diversificazione degli esseri (inerente la manifestazione e, come essa, contingente) e dal reciproco contatto causato dalla rotazione Universale (la rotazione della "ruota cosmica" sul proprio asse). Esse cessano di affliggere l'essere che abbia ridotto a nulla la distinzione dell'ego e il suo particolare movimento. (Choang-Tseu, ch. XIX.)
Exotic Indian Art - Arte, Artigianato, Sculture, Oggettistica, Tessuti, Abiti e Accessori dall'IndiaLa riduzione dell'ego individuale, che infine scompare riassorbito nel singolo punto, è quanto si indica con al-Fanaa e anche con il "vuoto" menzionato; per di più, è chiaro che, seguendo il simbolismo della ruota, il "movimento" di un essere si riduce mano a mano che si avvicina al centro.
Per "semplicità" si intende l'unità "senza dimensioni" del punto primordiale, che segna la fine del movimento nella sua origine. "L'uomo completamente semplice influenza con la sua semplicità tutti gli esseri, così che dalle sei regioni dello spazio nulla si oppone al lui, nulla gli è ostile e il fuoco e l'acqua non gli possono nuocere". (Lie-Tseu, ch. II.) In effetti egli rimane al centro delle sei direzioni che da lui provengono per emanazione e a cui ritornano, per quel movimento che riporta all'indietro, per essere neutralizzate due a due, cosicché in quello stesso punto le tre coppie di opposti cessano di esistere completamente, e nulla che ne derivi o che vi appartenga può raggiungere l'essere che dimora nell'unità immutabile.
Se dunque non si oppone a nulla, nulla si porrà contro di lui, poichè all'opposizione è necessaria la reciproca relazione, che necessita della presenza di due termini, incompatibile con l'unità del principio; l'ostilità, che è solo il risultato della manifestazione esteriore dell'opposizione, non può esistere in relazione a un essere che è al di fuori e al di là di tutte le opposizioni. Fuoco e acqua, che sono i generi opposti nel "mondo elementare", non possono nuocergli, poichè, in realtà, non esistono più come opposti, essendo ritornati, bilanciando e neutralizzandosi l'uno con l'altro nella riunione delle specifiche qualità, che sebbene opposte le une alle altre, cono effettivamente complementari, nell'indifferenziazione dell'etere primordiale.
Quel punto centrale che è per l'essere umano la comunicazione con gli stati più elevati o "celesti", è la "porta stretta" del simbolismo evangelico e che per le ragioni esposte sopra risulterà chiaro chi siano quei "ricchi" che non possono oltrepassarla; sono gli esseri attaccati alla molteplicità, che sono perciò incapaci sollevarsi dalla conoscenza distintiva; di unificare la conoscenza. L'attaccamento infatti, è l'esatto opposto del distacco indicato in precedenza, così come la ricchezza è l'opposto della povertà, e coinvolge l'essere in una infinita serie di cicli di manifestazione.
L'attaccamento alla molteplicità è anche, in un certo senso, la "tentazione" di cui parla la Bibbia che, facendo assaggiare all'essere il frutto dell'"Albero della Conoscenza del Bene e del Male" lo allontana dall'unità centrale originaria e gli impedisce di raggiungere l'"Albero della Vita"; proprio per questo, infatti, l'essere è sottoposto alla nascita e alla morte. L'apparente via senza fine della molteplicità è raffigurata con esattezza dalle spire del serpente avvolte attorno all'albero che simboleggia l'"Asse del Mondo"; questa è la via di "coloro che sono condotti fuori strada (ad-daalliin), di coloro che sono in "errore" nel senso etimologico della parola, in contrapposizione alla "retta via" (as-siraat al-mustaqiim), in ascensione verticale sullo stesso asse, via citata nella prima Sura del Corano. (nota: la "retta via" è identica al Te o la "Rettitudine" di Lao-Tze, la direzione che deve essere seguita affinché la vita sia in armonia con la "via" (Tao) o il altre parole, in conformità col Principio.)
"Povertà", "semplicità" e "infanzia" sono niente altro che la stessa cosa, e il processo di svestizione che queste parole esprimono [..] culmina in una "estinzione", che in realtà è la pienezza dell'essere, come l'"inazione" (wu-wei) è la pienezza dell'attività, poiché da quella tutte le attività derivano; "Il Principio è sempre inattivo, eppure ogni cosa è prodotta da lui".(Tao-Te-Ching, XXXVII.)
L'essere che ha raggiunto in questo modo il punto centrale ha realizzato, in senso compiuto, l'umanità nella sua interezza; egli è il "vero uomo" (chenn-jen) del Taoismo e quando, partendo da questo punto per raggiungere gli stati più elevati, abbia raggiunto il pieno completamento delle sue possibilità, sarà diventato l'"Uomo Divino" (sheun-jen), ovvero l'"Uomo Universale" (al-insaan al-kaamil) dell'esoterismo islamico. Dunque possiamo dire che coloro che sono "ricchi" dal punto di vista della manifestazione sono realmente "poveri" in relazione al Principio, e viceversa; ciò è quanto viene espresso chiaramente "Gli ultimi saranno primi e i primi saranno ultimi" (Matteo XX 16); e noi dobbiamo ancora una volta osservare la perfetta concordanza tra tutte le dottrine tradizionali, che non sono altro che diverse espressioni della sola Verità.
Articolo di René Guénon in "Studies in Comparative Religion Winter 1973, pp. 16-20"
sabato 22 settembre 2012
IL SENTIERO DELL'AMORE
Uno dei miei messaggi fondamentali è: non sfruttate mai
l'amore.
Questa sarà un'immensa rivoluzione religiosa nella vostra vita. Non sfruttate mai l'amore. Se qualcuno vi ama, non introducete nessuna condizione. Se amate qualcuno, non storpiatelo. Lascia che il tuo amore si espanda, dona all'altro più spazio di quanto ne abbia mai avuto quando era solo. Nutritelo, ma non avvelenate il suo nutrimento, non possedetelo. Lasciate che sia libero, più libero di quanto non sia mai stato. In questo caso l’amore crescerà in una profonda intimità.
Quando l'amore porta con sé la libertà, scende a profondità maggiori. Quando l'amore fa sentire l'altro rispettato, non umiliato, non distrutto ma sostenuto, quando l'amore ci fa sentire nutriti, liberi, allora scende a profondità maggiori. In questo caso diventa preghiera. Diventa l'esperienza più elevata, suprema della vita.
Non sfruttate l'amore. Ricordatelo, ogni volta che siete in amore. E dovrete sforzarvi di ricordarlo, perché per migliaia di anni l'uomo ha sfruttato l'amore, e questa è diventata un'abitudine.
Osho
Questa sarà un'immensa rivoluzione religiosa nella vostra vita. Non sfruttate mai l'amore. Se qualcuno vi ama, non introducete nessuna condizione. Se amate qualcuno, non storpiatelo. Lascia che il tuo amore si espanda, dona all'altro più spazio di quanto ne abbia mai avuto quando era solo. Nutritelo, ma non avvelenate il suo nutrimento, non possedetelo. Lasciate che sia libero, più libero di quanto non sia mai stato. In questo caso l’amore crescerà in una profonda intimità.
Quando l'amore porta con sé la libertà, scende a profondità maggiori. Quando l'amore fa sentire l'altro rispettato, non umiliato, non distrutto ma sostenuto, quando l'amore ci fa sentire nutriti, liberi, allora scende a profondità maggiori. In questo caso diventa preghiera. Diventa l'esperienza più elevata, suprema della vita.
Non sfruttate l'amore. Ricordatelo, ogni volta che siete in amore. E dovrete sforzarvi di ricordarlo, perché per migliaia di anni l'uomo ha sfruttato l'amore, e questa è diventata un'abitudine.
Osho
mercoledì 25 luglio 2012
Dovreste comprendere che ciò che state facendo è totalmente privo di significato.
Dovreste comprendere che ciò che state facendo è totalmente privo di significato. Potete cambiare le tecniche, potete cambiare i maestri, ma di base ed essenzialmente gli insegnamenti che state usando per raggiungere la vostra meta sono essi stessi l’ostacolo; non importa quale sia il maestro che state seguendo. Se voi mettete in discussione gli insegnamenti, sfortunatamente dovete mettere in discussione anche i maestri stessi, – ma a quel punto sorge il dubbio: “Sono io che sto sbagliando qualche cosa, un giorno riuscirò a capire”. Io dico che se non vi è possibile capire oggi, non capirete nulla neanche domani. La vera comprensione è l’assenza della richiesta di comprendere – ora o domani.
(Gopala Uppala Krishnamurti)
lunedì 23 luglio 2012
Se soffri, non incolpare nulla o nessuno.
Se soffri, non incolpare nulla o nessuno.
Se proprio vuoi incolpare qualcuno, prenditela con te stesso a causa della tua incapacità ad ignorare la sofferenza. Le difficoltà sono una grande benedizione. Esse sono come le asperità del monte che salvano la vita allo scalatore. Come potresti raggiungere la cima di un monte liscio come l’olio? Più asperità incontrerai, più esse ti condurranno in alto nella scalata, divenendo il tuo appoggio. Piuttosto che perdere tempo ad imprecare contro l’oscurità, fa’ la cosa più saggia: va’ ad aprire la finestra.
(Saggezza Celtica)
Nelle vite degli infiniti esseri vi sono infinite vie.
Nelle vite degli infiniti esseri vi sono infinite vie.
Così nel cuore di queste infinite vie risiede il cuore degli infiniti esseri.
Infinite volte in un giorno gli infiniti esseri scelgono infinite vie.
Alcuni esseri imparano, lungo il corso di molteplici esistenze,
che l’infinito è Uno e che tutte le vie sono la Via.
Costoro, diffondendo il sapere e la concordia,
consolando e astenendosi dal giudizio,
scelgono per sè stessi e per gli altri il più nobile dei sentieri.
In questo modo essi trovando perdono e perdendo trovano;
guadagnano la libertà e sovrastano l’intero universo
con la luce dei loro cuori
(Saggezza Celtica)
lunedì 16 luglio 2012
COMPRENSIONE SUPREMA
Una conoscenza del Sè di seconda mano tratta dai libri o dagli insegnamenti di un guru non potrà mai dare la libertà, almeno fino a quando la sua verità non venga profondamente analizzata e applicata; solo la realizzazione diretta porta alla libertà. Realizza te stesso rivolgendo la mente all'interno.
Tripura Rahasya
mercoledì 11 luglio 2012
DEVOZIONE E SERVILISMO
Devozione: riconosciamo la grandezza dell'altro e lo rispettiamo. Ha valore principalmente nel rapporto di coppia, ma anche sul lavoro e tra figli e genitori. Nella devozione non possiamo mai restare delusi dal comportamento dell'altro perché lo amiamo per ciò che è istante dopo istante, senza aspettative per il futuro.
Servilismo: serviamo una persona perché speriamo in un tornaconto, materiale o affettivo che sia. Non lo facciamo mai volentieri o con il Cuore aperto, quindi rimaniamo delusi quando dall'altra parte non viene riconosciuto il nostro lavoro.
Dal Libro "Risveglio" di Salvatore Brizzi
Servilismo: serviamo una persona perché speriamo in un tornaconto, materiale o affettivo che sia. Non lo facciamo mai volentieri o con il Cuore aperto, quindi rimaniamo delusi quando dall'altra parte non viene riconosciuto il nostro lavoro.
Dal Libro "Risveglio" di Salvatore Brizzi
IO CHI SONO? Da “Vedute sul Mondo Reale” di G.I. Gurdjieff
Affrontando vari argomenti, ho notato quanto è difficile comunicare la propria comprensione, anche quando si parla dell'argomento più comune e ci si rivolge a una persona ben conosciuta. Il nostro linguaggio è troppo povero per poter fornire delle descrizioni esatte e complete. E ho scoperto che questa mancanza di comprensione tra gli uomini è un fenomeno matematicamente regolato con la stessa precisione della tavola pitagorica. La comprensione dipende, in generale, dalla cosiddetta « psiche » degli interlocutori, e più in particolare dallo stato di questa « psiche » nel momento considerato.
L'esattezza di questa legge si può verificare a ogni passo. Per una reciproca comprensione, non è sufficiente che chi parla sappia come parlare, è anche necessario che chi ascolta sappia come ascoltare. Per questo motivo posso affermare che se parlassi nel modo che ritengo esatto, tutti coloro che sono qui, con pochissime eccezioni, penserebbero che sono pazzo. Ma dal momento che devo parlare a questo uditorio così com'è, e che i partecipanti mi devono seguire, occorre prima di tutto porre le basi per una comprensione comune.
Nel corso del nostro incontro dovremo fissare dei punti di riferimento affinché la conversazione risulti efficace. Per ora vorrei soltanto proporvi di provare a osservare le cose, i fenomeni che vi circondano, e soprattutto voi stessi, da un punto di vista diverso da quello che vi è abituale o naturale. Osservare soltanto, perché fare di più non è possibile se non con la volontà e la cooperazione dell'ascoltatore, quando esso smette di ascoltare passivamente e comincia a fare, cioè quando entra in uno stato attivo.
Molto spesso, parlando con la gente, sentiamo esprimere più o meno apertamente l'idea che l'uomo, così come l'incontriamo nella vita ordinaria, è in qualche modo il centro dell'universo, la « corona della creazione » o, per lo meno, un'entità grande e importante; che le sue possibilità sono quasi illimitate, e i suoi poteri quasi infiniti. Ma, contemporaneamente, vengono avanzate un certo numero di riserve: perché l'uomo sia così, si dice che occorrono delle condizioni eccezionali, delle circostanze speciali, l'ispirazione, la rivelazione, e così via.
Tuttavia, se studiamo questa concezione dell'uomo, ci accorgiamo subito che essa è costituita da un insieme di caratteristiche che non appartengono a un unico uomo, ma a più individui reali o immaginari. Nella vita reale non incontreremo mai un uomo del genere, né nel presente, né come personaggio storico del passato. Infatti ogni uomo ha le proprie debolezze e, se lo guardiamo da vicino, il miraggio di grandezza e di potenza svanisce.
D'altra parte, il fatto più interessante non è che gli uomini vedano gli altri attraverso questo miraggio, ma che, per una particolare caratteristica del loro psichismo, essi, come per riflesso, lo trasferiscano a se stessi e se l'attribuiscano; e se non proprio per la totalità, almeno in parte. Così, pur essendo delle nullità o quasi, essi immaginano di corrispondere a questo tipo collettivo, o di non esserne molto lontani.
Ma se un uomo sa essere sincero verso se stesso, non sincero come s'intende abitualmente, ma spietatamente sincero, allora, di fronte alla domanda: « Che cosa sei? » non conterà su una risposta rassicurante. E ora, senza aspettare che arriviate da soli all'esperienza di cui sto parlando, e perché possiate comprendere meglio ciò che intendo dire, vorrei suggerire a ciascuno di voi di porsi la domanda: « Che cosa sono? » Sono certo che il 95% di voi si troverà in imbarazzo, e che finirete per rispondervi con un'altra domanda: « Che cosa significa? »
Questa è la prova che un uomo ha vissuto tutta la vita senza porsi tale domanda, e che ritiene scontato di essere « qualcosa », addirittura qualcosa di molto prezioso che non è mai stato messo in dubbio. Nello stesso tempo egli è incapace di spiegare che cos'è questo qualcosa, incapace persino di darne una minima idea, dal momento ch'egli stesso l'ignora. E se l'ignora, non è forse perché questo « qualcosa » molto semplicemente non esiste, ma solamente si suppone che esista? Non è strano che le persone dedichino così poca attenzione a se stesse, alla conoscenza di se stesse? Non è strano che chiudano gli occhi con tanto sciocco compiacimento su ciò che sono realmente, e che passino la vita nella piacevole convinzione di rappresentare qualcosa di prezioso? Esse si dimenticano di guardare il vuoto insopportabile che si cela dietro la superba facciata creata dal loro autoinganno, e non si rendono conto che questa facciata ha un valore puramente convenzionale.
Per la verità, non è sempre così. Non tutti si guardano così superficialmente. Ci sono degli uomini che cercano, che hanno sete della verità profonda e si sforzano di trovarla, che tentano di risolvere i problemi posti dalla vita, di arrivare all'essenza delle cose, dei fenomeni, e di penetrare in se stessi. Se un uomo ragiona e pensa in modo corretto, qualunque strada segua per risolvere questi problemi, deve inevitabilmente ritornare a sé e cominciare a risolvere il problema di ciò che egli stesso rappresenta e di qual è il suo posto nel mondo che lo circonda. Infatti, senza questa conoscenza, la sua ricerca sarà priva di un centro di gravità. Le parole di Socrate: « Conosci te stesso » restano il motto di tutti coloro che cercano la vera conoscenza e l'essere.
Ho appena usato una parola nuova: l'« essere ». Per garantirci che con questa parola intendiamo tutti la stessa cosa, sono necessarie delle spiegazioni.
Ci siamo appena chiesti se ciò che un uomo pensa di se stesso corrisponde a ciò che egli è in realtà, e voi vi siete interrogati su ciò che siete. Qui ci sono un medico, un ingegnere, un artista. Essi sono realmente ciò che noi pensiamo che siano? Possiamo ritenere che la personalità di ciascuno di essi sia assimilabile alla professione, all'esperienza che tramite la professione, o per la sua preparazione, essi hanno acquisito?
Ogni uomo viene al mondo simile a un foglio di carta bianca; ma le circostanze e le persone che gli stanno intorno fanno a gara per imbrattare questo foglio e per ricoprirlo di ogni genere di scritte. Ed ecco intervenire l'educazione, le lezioni di morale, il sapere che chiamiamo conoscenza, tutti i sentimenti di dovere, onore, coscienza ecc. E ogni educatore proclama il carattere immutabile e infallibile dei metodi ch'egli stesso utilizza per innestare questi rami all'albero della « personalità » umana. A poco a poco il foglio si macchia, e più è macchiato di pretese « conoscenze », più l'uomo è considerato intelligente. Più sono numerose le scritte nel posto chiamato « dovere », più il possessore è considerato onesto; e così via per ogni cosa. Il foglio così sporcato, accorgendosi che le macchie vengono scambiate per meriti, le considera preziose. Ecco un esempio di ciò che chiamiamo «uomo », cui aggiungiamo spesso delle parole come « talento » e « genio ». Eppure il nostro « genio » vedrà il suo umore guastarsi per tutto il giorno se al mattino, svegliandosi, non trova le pantofole accanto al letto.
L'uomo non è libero, tanto nelle sue manifestazioni che nella vita. Non può essere ciò che vorrebbe essere, e nemmeno ciò che crede di essere. Non somiglia all'immagine che ha di se stesso, e le parole « uomo, corona della creazione » non gli si adattano.
« Uomo »: una parola altisonante, ma dobbiamo chiederci di che tipo di uomo si tratta. Non certo l'uomo che si irrita per delle sciocchezze, che presta attenzione a delle meschinità si lascia coinvolgere da tutto ciò che gli succede intorno. Per avere il diritto di chiamarsi uomo, bisogna essere un uomo, e « essere un uomo » è possibile soltanto grazie alla conoscenza di sé, e al lavoro su di sé nella direzione indicata da tale conoscenza.
Avete mai provato a osservare ciò che vi succede quando la vostra attenzione non è concentrata su un problema preciso? Suppongo che per molti di voi questa sia una condizione abituale, sebbene ovviamente pochi l'abbiano osservata sistematicamente. Forse siete consapevoli del modo in cui il nostro pensiero procede per associazioni fortuite, quando sfilano scene e ricordi senza alcun rapporto, quando tutto ciò che cade nel campo della nostra coscienza, o semplicemente lo sfiora, ci suscita delle associazioni casuali. Il filo dei pensieri sembra svolgersi senza interruzione, tessendo insieme frammenti di immagini di precedenti percezioni, estratte da diverse registrazioni immagazzinate nella nostra memoria. E mentre queste registrazioni scorrono e si svolgono, il nostro apparato formatore tesse incessantemente la trama dei pensieri a partire da questo materiale. La registrazione delle nostre emozioni scorre nello stesso modo: piacevole e spiacevole, allegria e preoccupazione, riso e irritazione, piacere e dolore, simpatia e antipatia. Qualcuno vi loda, e voi siete contenti; qualcuno vi rimprovera, e il vostro umore si guasta. Qualche novità vi attira, e immediatamente dimenticate ciò che tanto vi interessava un attimo prima: in poco tempo questa nuova cosa assorbe il vostro interesse al punto da sommergervi completamente; e d'un tratto voi non la dominate più; siete spariti> vi trovate legati a questa cosa, dissolti in essa; in realtà, è la cosa a dominarvi, a tenervi prigionieri.
Questo smarrimento, questa propensione a lasciarsi dominare è, sotto svariate forme, propria a ciascuno di noi è questo che ci lega e ci impedisce di essere liberi. E, quel che è peggio, questo fatto assorbe tutte le nostre forze e il nostro tempo, e ci toglie ogni possibilità di essere oggettivi e liberi, due qualità essenziali per chi decide di seguire la via della conoscenza di sé.
Dobbiamo lottare per liberarci, se vogliamo lottare per conoscerci. Conoscere e sviluppare se stessi costituiscono un impegno così importante e così serio, cui bisogna dedicare uno sforzo così intenso, che assumerselo nel modo solito, in mezzo a tutte le altre cose, è impossibile. L'uomo che si assume questo impegno deve metterlo al primo posto nella propria vita, perché la vita non è così lunga da poterla sprecare in cose inutili.
Che cosa permetterà all'uomo di consacrare utilmente il proprio tempo alla ricerca, se non la libertà da ogni attaccamento?
Libertà e serietà. Non la serietà delle sopracciglia aggrottate, delle labbra tirate, dei gesti accuratamente calcolati, delle parole misurate fra i denti, ma la serietà che vuol dire determinazione e perseveranza nella ricerca, intensità e costanza, in modo che l'uomo, anche nei momenti di riposo, persegua il suo obiettivo principale.
Chiedetevi: « Sono libero? » Molti saranno tentati di rispondere di sì, se si trovano in una condizione di relativa sicurezza materiale, senza preoccupazioni per il domani, e se non dipendono da nessuno per la propria sussistenza o per la scelta delle proprie condizioni di vita. Ma è quella la libertà? É soltanto una questione di condizioni esteriori?
Nel corso del nostro incontro dovremo fissare dei punti di riferimento affinché la conversazione risulti efficace. Per ora vorrei soltanto proporvi di provare a osservare le cose, i fenomeni che vi circondano, e soprattutto voi stessi, da un punto di vista diverso da quello che vi è abituale o naturale. Osservare soltanto, perché fare di più non è possibile se non con la volontà e la cooperazione dell'ascoltatore, quando esso smette di ascoltare passivamente e comincia a fare, cioè quando entra in uno stato attivo.
Molto spesso, parlando con la gente, sentiamo esprimere più o meno apertamente l'idea che l'uomo, così come l'incontriamo nella vita ordinaria, è in qualche modo il centro dell'universo, la « corona della creazione » o, per lo meno, un'entità grande e importante; che le sue possibilità sono quasi illimitate, e i suoi poteri quasi infiniti. Ma, contemporaneamente, vengono avanzate un certo numero di riserve: perché l'uomo sia così, si dice che occorrono delle condizioni eccezionali, delle circostanze speciali, l'ispirazione, la rivelazione, e così via.
Tuttavia, se studiamo questa concezione dell'uomo, ci accorgiamo subito che essa è costituita da un insieme di caratteristiche che non appartengono a un unico uomo, ma a più individui reali o immaginari. Nella vita reale non incontreremo mai un uomo del genere, né nel presente, né come personaggio storico del passato. Infatti ogni uomo ha le proprie debolezze e, se lo guardiamo da vicino, il miraggio di grandezza e di potenza svanisce.
D'altra parte, il fatto più interessante non è che gli uomini vedano gli altri attraverso questo miraggio, ma che, per una particolare caratteristica del loro psichismo, essi, come per riflesso, lo trasferiscano a se stessi e se l'attribuiscano; e se non proprio per la totalità, almeno in parte. Così, pur essendo delle nullità o quasi, essi immaginano di corrispondere a questo tipo collettivo, o di non esserne molto lontani.
Ma se un uomo sa essere sincero verso se stesso, non sincero come s'intende abitualmente, ma spietatamente sincero, allora, di fronte alla domanda: « Che cosa sei? » non conterà su una risposta rassicurante. E ora, senza aspettare che arriviate da soli all'esperienza di cui sto parlando, e perché possiate comprendere meglio ciò che intendo dire, vorrei suggerire a ciascuno di voi di porsi la domanda: « Che cosa sono? » Sono certo che il 95% di voi si troverà in imbarazzo, e che finirete per rispondervi con un'altra domanda: « Che cosa significa? »
Questa è la prova che un uomo ha vissuto tutta la vita senza porsi tale domanda, e che ritiene scontato di essere « qualcosa », addirittura qualcosa di molto prezioso che non è mai stato messo in dubbio. Nello stesso tempo egli è incapace di spiegare che cos'è questo qualcosa, incapace persino di darne una minima idea, dal momento ch'egli stesso l'ignora. E se l'ignora, non è forse perché questo « qualcosa » molto semplicemente non esiste, ma solamente si suppone che esista? Non è strano che le persone dedichino così poca attenzione a se stesse, alla conoscenza di se stesse? Non è strano che chiudano gli occhi con tanto sciocco compiacimento su ciò che sono realmente, e che passino la vita nella piacevole convinzione di rappresentare qualcosa di prezioso? Esse si dimenticano di guardare il vuoto insopportabile che si cela dietro la superba facciata creata dal loro autoinganno, e non si rendono conto che questa facciata ha un valore puramente convenzionale.
Per la verità, non è sempre così. Non tutti si guardano così superficialmente. Ci sono degli uomini che cercano, che hanno sete della verità profonda e si sforzano di trovarla, che tentano di risolvere i problemi posti dalla vita, di arrivare all'essenza delle cose, dei fenomeni, e di penetrare in se stessi. Se un uomo ragiona e pensa in modo corretto, qualunque strada segua per risolvere questi problemi, deve inevitabilmente ritornare a sé e cominciare a risolvere il problema di ciò che egli stesso rappresenta e di qual è il suo posto nel mondo che lo circonda. Infatti, senza questa conoscenza, la sua ricerca sarà priva di un centro di gravità. Le parole di Socrate: « Conosci te stesso » restano il motto di tutti coloro che cercano la vera conoscenza e l'essere.
Ho appena usato una parola nuova: l'« essere ». Per garantirci che con questa parola intendiamo tutti la stessa cosa, sono necessarie delle spiegazioni.
Ci siamo appena chiesti se ciò che un uomo pensa di se stesso corrisponde a ciò che egli è in realtà, e voi vi siete interrogati su ciò che siete. Qui ci sono un medico, un ingegnere, un artista. Essi sono realmente ciò che noi pensiamo che siano? Possiamo ritenere che la personalità di ciascuno di essi sia assimilabile alla professione, all'esperienza che tramite la professione, o per la sua preparazione, essi hanno acquisito?
Ogni uomo viene al mondo simile a un foglio di carta bianca; ma le circostanze e le persone che gli stanno intorno fanno a gara per imbrattare questo foglio e per ricoprirlo di ogni genere di scritte. Ed ecco intervenire l'educazione, le lezioni di morale, il sapere che chiamiamo conoscenza, tutti i sentimenti di dovere, onore, coscienza ecc. E ogni educatore proclama il carattere immutabile e infallibile dei metodi ch'egli stesso utilizza per innestare questi rami all'albero della « personalità » umana. A poco a poco il foglio si macchia, e più è macchiato di pretese « conoscenze », più l'uomo è considerato intelligente. Più sono numerose le scritte nel posto chiamato « dovere », più il possessore è considerato onesto; e così via per ogni cosa. Il foglio così sporcato, accorgendosi che le macchie vengono scambiate per meriti, le considera preziose. Ecco un esempio di ciò che chiamiamo «uomo », cui aggiungiamo spesso delle parole come « talento » e « genio ». Eppure il nostro « genio » vedrà il suo umore guastarsi per tutto il giorno se al mattino, svegliandosi, non trova le pantofole accanto al letto.
L'uomo non è libero, tanto nelle sue manifestazioni che nella vita. Non può essere ciò che vorrebbe essere, e nemmeno ciò che crede di essere. Non somiglia all'immagine che ha di se stesso, e le parole « uomo, corona della creazione » non gli si adattano.
« Uomo »: una parola altisonante, ma dobbiamo chiederci di che tipo di uomo si tratta. Non certo l'uomo che si irrita per delle sciocchezze, che presta attenzione a delle meschinità si lascia coinvolgere da tutto ciò che gli succede intorno. Per avere il diritto di chiamarsi uomo, bisogna essere un uomo, e « essere un uomo » è possibile soltanto grazie alla conoscenza di sé, e al lavoro su di sé nella direzione indicata da tale conoscenza.
Avete mai provato a osservare ciò che vi succede quando la vostra attenzione non è concentrata su un problema preciso? Suppongo che per molti di voi questa sia una condizione abituale, sebbene ovviamente pochi l'abbiano osservata sistematicamente. Forse siete consapevoli del modo in cui il nostro pensiero procede per associazioni fortuite, quando sfilano scene e ricordi senza alcun rapporto, quando tutto ciò che cade nel campo della nostra coscienza, o semplicemente lo sfiora, ci suscita delle associazioni casuali. Il filo dei pensieri sembra svolgersi senza interruzione, tessendo insieme frammenti di immagini di precedenti percezioni, estratte da diverse registrazioni immagazzinate nella nostra memoria. E mentre queste registrazioni scorrono e si svolgono, il nostro apparato formatore tesse incessantemente la trama dei pensieri a partire da questo materiale. La registrazione delle nostre emozioni scorre nello stesso modo: piacevole e spiacevole, allegria e preoccupazione, riso e irritazione, piacere e dolore, simpatia e antipatia. Qualcuno vi loda, e voi siete contenti; qualcuno vi rimprovera, e il vostro umore si guasta. Qualche novità vi attira, e immediatamente dimenticate ciò che tanto vi interessava un attimo prima: in poco tempo questa nuova cosa assorbe il vostro interesse al punto da sommergervi completamente; e d'un tratto voi non la dominate più; siete spariti> vi trovate legati a questa cosa, dissolti in essa; in realtà, è la cosa a dominarvi, a tenervi prigionieri.
Questo smarrimento, questa propensione a lasciarsi dominare è, sotto svariate forme, propria a ciascuno di noi è questo che ci lega e ci impedisce di essere liberi. E, quel che è peggio, questo fatto assorbe tutte le nostre forze e il nostro tempo, e ci toglie ogni possibilità di essere oggettivi e liberi, due qualità essenziali per chi decide di seguire la via della conoscenza di sé.
Dobbiamo lottare per liberarci, se vogliamo lottare per conoscerci. Conoscere e sviluppare se stessi costituiscono un impegno così importante e così serio, cui bisogna dedicare uno sforzo così intenso, che assumerselo nel modo solito, in mezzo a tutte le altre cose, è impossibile. L'uomo che si assume questo impegno deve metterlo al primo posto nella propria vita, perché la vita non è così lunga da poterla sprecare in cose inutili.
Che cosa permetterà all'uomo di consacrare utilmente il proprio tempo alla ricerca, se non la libertà da ogni attaccamento?
Libertà e serietà. Non la serietà delle sopracciglia aggrottate, delle labbra tirate, dei gesti accuratamente calcolati, delle parole misurate fra i denti, ma la serietà che vuol dire determinazione e perseveranza nella ricerca, intensità e costanza, in modo che l'uomo, anche nei momenti di riposo, persegua il suo obiettivo principale.
Chiedetevi: « Sono libero? » Molti saranno tentati di rispondere di sì, se si trovano in una condizione di relativa sicurezza materiale, senza preoccupazioni per il domani, e se non dipendono da nessuno per la propria sussistenza o per la scelta delle proprie condizioni di vita. Ma è quella la libertà? É soltanto una questione di condizioni esteriori?
"Stati di coscienza"- Gurdjieff da "Frammenti di un insegnamento sconosciuto"
Le funzioni psichiche e le funzioni fisiche non possono essere comprese fintanto che non sia compreso che le une e le altre possono lavorare in differenti stati di coscienza.
Vi sono quattro stati di coscienza possibili per l'uomo. Ma l'uomo ordinario, in altri termini, l'uomo 1, 2 o 3 non vive che negli stati di coscienza più bassi. I due stati di coscienza superiori gli sono inaccessibili, e benché egli possa averne coscienza a sprazzi, è incapace di comprenderli e li giudica dal punto di vista dei due stati di coscienza inferiori che gli sono abituali.
Il primo, il sonno, è lo stato passivo nel quale gli uomini trascorrono un terzo e sovente anche la metà della loro vita.
Il secondo, nel quale passano l'altra metà della loro vita, è quello stato in cui camminano per le strade, scrivono libri, discutono di soggetti sublimi, si occupano di politica, si ammazzano a vicenda: è uno stato che considerano attivo e chiamano "coscienza lucida", o "stato di veglia" della coscienza. Queste espressioni di "coscienza lucida" o "stato di veglia della coscienza" sembrano essere formulate per scherzo, specialmente se ci si rende conto di ciò che dovrebbe essere una "coscienza lucida" e di ciò che è in realtà lo stato nel quale l'uomo vive e agisce.
Il terzo stato di coscienza è il ricordarsi di sé, o coscienza di se, coscienza del proprio essere. E' generalmente ammesso che noi possediamo questo stato di coscienza o che possiamo averlo a volontà. La nostra scienza e la nostra filosofia non hanno visto che noi non possediamo questo stato di coscienza e che il nostro desiderio è incapace di crearlo in noi, per quanto ferma possa essere la nostra decisione.
Il quarto stato di coscienza è la coscienza obiettiva. In questo stato, l'uomo può vedere le cose come sono. Talvolta, negli stati inferiori di coscienza, egli può avere dei barlumi di questa coscienza superiore. Le religioni di tutti i popoli contengono testimonianze sulla possibilità di tale stato di coscienza, che viene definito "illuminazione", o con altri differenti nomi, ma che non può essere descritto con parole. Ma l'unica strada giusta verso la coscienza obiettiva passa attraverso lo sviluppo della coscienza di se. Un uomo ordinario, artificialmente portato in uno stato di coscienza obiettiva e poi riportato nel suo stato abituale, non ricorderà nulla e penserà semplicemente di aver perso conoscenza per un certo tempo. Ma, nello stato di coscienza di se, l'uomo può avere degli sprazzi di coscienza obiettiva e conservarne il ricordo.
Il quarto stato di coscienza è uno stato del tutto diverso dal precedente; esso è il risultato di una crescita interiore e di un lungo e difficile lavoro su di se.
IL terzo stato di coscienza, invece, costituisce il diritto naturale dell'uomo quale egli è, e, se l'uomo non lo possiede, è unicamente perché le sue condizioni di vita sono anormali. Senza esagerazione alcuna, si può dire che attualmente il terzo stato di coscienza non appare nell'uomo che a tratti molto brevi e molto rari e che non è possibile renderlo più o meno permanente senza un allenamento speciale.
Per la maggior parte delle persone, anche se colte e ragionevoli, il principale ostacolo sulla via della acquisizione della coscienza di se è che credono di possederlo; in altri termini, sono del tutto convinti di avere già la coscienza di se stessi e di possedere tutto ciò che accompagna questo stato: l'individualità, nel senso di un "Io" permanente e immutabile, la volontà, la capacità di fare, e così via. Ora, è evidente che un uomo non avrà interesse ad acquisire con un lungo e difficile lavoro una cosa che, a parer suo, possiede già. Al contrario, se gliene parlate, penserà che siete pazzo, o che tentiate di approfittare della sua credulità per vostro vantaggio personale.
I due stati di coscienza superiori, la 'coscienza di se e la "coscienza obiettiva", sono legati al funzionamento dei centri superiori dell'uomo.
Infatti, oltre ai centri dei quali abbiamo già parlato, ne esistono altri due, il "centro emozionale superiore" ed il "centro intellettuale superiore". Questi centri sono in noi; essi sono completamente sviluppati e lavorano ininterrottamente, ma il loro lavoro non riesce mai a raggiungere la nostra coscienza ordinaria. La ragione di questo risiede nelle proprietà speciali della nostra cosiddetta "coscienza lucida".
Per comprendere quale è la differenza tra gli stati di coscienza bisogna tornare al primo stato, che è il sonno. Questo è uno stato di coscienza interamente soggettivo. L'uomo è immerso nei suoi sogni, poco importa che ne conservi o meno il ricordo. Anche se qualche impressione reale raggiunge il dormiente, come suoni, voci, calore, freddo, sensazione del proprio corpo, esse non risvegliano in lui che immagini soggettive fantastiche. Poi l'uomo si sveglia. A prima vista, questo è uno stato di coscienza completamente diverso. Egli può muoversi, parlare con altre persone, fare dei progetti, vedere dei pericoli, evitarli, e così di seguito. Sarebbe ragionevole pensare che si trovi in una situazione migliore di quando era addormentato. Ma se vediamo le cose un po' più a fondo, se gettiamo uno sguardo sul suo mondo interiore, sui suoi pensieri, sulle cause della sue azioni, comprendiamo che egli è pressoché nello stesso stato in cui era quando dormiva. E anche peggio, perché nel sonno egli è passivo, cioè non può fare nulla. Nello stato di veglia, al contrario, egli può agire continuamente e i risultati delle sue azioni si ripercuoteranno su di lui e sulle persone intorno a lui. Eppure, non si ricorda di se stesso. Egli è una macchina, tutto gli succede. Egli non può fermare il flusso dei suoi pensieri, non può controllare la sua immaginazione, le sue emozioni, la sua attenzione. Vive in un mondo soggettivo di "amo", "non amo", "mi piace", "non mi piace", "ho voglia", "non ho voglia", cioè in un mondo fatto di ciò che crede di amare o non amare, di desiderare o non desiderare.
Non vede il mondo reale.
Esso gli è nascosto dal muro della sua immaginazione.
Egli vive nel sonno. Dorme.
Quello che chiama la sua "coscienza lucida" non è che sonno, e un sonno molto pericoloso del suo sonno, la notte, nel suo letto.
Vi sono quattro stati di coscienza possibili per l'uomo. Ma l'uomo ordinario, in altri termini, l'uomo 1, 2 o 3 non vive che negli stati di coscienza più bassi. I due stati di coscienza superiori gli sono inaccessibili, e benché egli possa averne coscienza a sprazzi, è incapace di comprenderli e li giudica dal punto di vista dei due stati di coscienza inferiori che gli sono abituali.
Il quarto stato di coscienza è uno stato del tutto diverso dal precedente; esso è il risultato di una crescita interiore e di un lungo e difficile lavoro su di se.
IL terzo stato di coscienza, invece, costituisce il diritto naturale dell'uomo quale egli è, e, se l'uomo non lo possiede, è unicamente perché le sue condizioni di vita sono anormali. Senza esagerazione alcuna, si può dire che attualmente il terzo stato di coscienza non appare nell'uomo che a tratti molto brevi e molto rari e che non è possibile renderlo più o meno permanente senza un allenamento speciale.
Per la maggior parte delle persone, anche se colte e ragionevoli, il principale ostacolo sulla via della acquisizione della coscienza di se è che credono di possederlo; in altri termini, sono del tutto convinti di avere già la coscienza di se stessi e di possedere tutto ciò che accompagna questo stato: l'individualità, nel senso di un "Io" permanente e immutabile, la volontà, la capacità di fare, e così via. Ora, è evidente che un uomo non avrà interesse ad acquisire con un lungo e difficile lavoro una cosa che, a parer suo, possiede già. Al contrario, se gliene parlate, penserà che siete pazzo, o che tentiate di approfittare della sua credulità per vostro vantaggio personale.
I due stati di coscienza superiori, la 'coscienza di se e la "coscienza obiettiva", sono legati al funzionamento dei centri superiori dell'uomo.
Infatti, oltre ai centri dei quali abbiamo già parlato, ne esistono altri due, il "centro emozionale superiore" ed il "centro intellettuale superiore". Questi centri sono in noi; essi sono completamente sviluppati e lavorano ininterrottamente, ma il loro lavoro non riesce mai a raggiungere la nostra coscienza ordinaria. La ragione di questo risiede nelle proprietà speciali della nostra cosiddetta "coscienza lucida".
Per comprendere quale è la differenza tra gli stati di coscienza bisogna tornare al primo stato, che è il sonno. Questo è uno stato di coscienza interamente soggettivo. L'uomo è immerso nei suoi sogni, poco importa che ne conservi o meno il ricordo. Anche se qualche impressione reale raggiunge il dormiente, come suoni, voci, calore, freddo, sensazione del proprio corpo, esse non risvegliano in lui che immagini soggettive fantastiche. Poi l'uomo si sveglia. A prima vista, questo è uno stato di coscienza completamente diverso. Egli può muoversi, parlare con altre persone, fare dei progetti, vedere dei pericoli, evitarli, e così di seguito. Sarebbe ragionevole pensare che si trovi in una situazione migliore di quando era addormentato. Ma se vediamo le cose un po' più a fondo, se gettiamo uno sguardo sul suo mondo interiore, sui suoi pensieri, sulle cause della sue azioni, comprendiamo che egli è pressoché nello stesso stato in cui era quando dormiva. E anche peggio, perché nel sonno egli è passivo, cioè non può fare nulla. Nello stato di veglia, al contrario, egli può agire continuamente e i risultati delle sue azioni si ripercuoteranno su di lui e sulle persone intorno a lui. Eppure, non si ricorda di se stesso. Egli è una macchina, tutto gli succede. Egli non può fermare il flusso dei suoi pensieri, non può controllare la sua immaginazione, le sue emozioni, la sua attenzione. Vive in un mondo soggettivo di "amo", "non amo", "mi piace", "non mi piace", "ho voglia", "non ho voglia", cioè in un mondo fatto di ciò che crede di amare o non amare, di desiderare o non desiderare.
Non vede il mondo reale.
Esso gli è nascosto dal muro della sua immaginazione.
Egli vive nel sonno. Dorme.
Quello che chiama la sua "coscienza lucida" non è che sonno, e un sonno molto pericoloso del suo sonno, la notte, nel suo letto.
martedì 10 luglio 2012
Nella meditazione la prima cosa di cui ci rendiamo conto è che non serve cercare
Nella meditazione la prima cosa di cui ci rendiamo conto è che non serve cercare; infatti ciò che si cerca è predeterminato da ciò che si desidera; se siete infelici, soli, disperati, cercherete la speranza, la compagnia, qualcosa che vi sostenga, e la troverete inevitabilmente ...
(J. Krishnamurti, 1895-1986)
IL SILENZIO DELLE FARFALLE
Hai presente quelle scene surreali di qualche film dove vedi una
persona immobile mentre il mondo le passa accanto freneticamente
ad una velocità quintuplicata rispetto al normale? Ecco, immaginami
così. Ferma, nel caos del mio silenzio, concentrata solo nel cercare
di percepire l’ultimo battito d’ali di un volo che s’allontana.
Spesso sento dire: “Ma perché doveva capitare proprio a me?!” Un
perché c’è sempre e le risposte arrivano al momento giusto. Anche
le situazioni complicate, le scelte dolorose e le lacrime sofferte è
necessario viverle; capitano in quel momento perché forse è in quel
momento che ne hai bisogno, forse perché qualcosa deve cambiare,
forse perché tu devi cambiare... e così fai quella telefonata, stringi
quella mano, incroci quello sguardo, prendi quel treno e ...quello che
deve accadere accade.
...come due parallele deviate che per un attimo si toccano, come
un cerchio che non riesce a chiudersi, come una lacrima soffocata,
come un brivido lungo la schiena che non riesci a trattenere, come
due anime che per qualche ragione, in qualche parte del mondo si
sfiorano, si osservano e poi si guardano allontanarsi.
Ora so che non cancellerei neanche una lacrima della mia vita, ne-
anche una cicatrice, nemmeno una salita... e non cancellerei nemme-
no quell’attimo in cui mi sembrava di soffocare mentre, prigioniera
di una scena surreale, idea di chissà quale sadico regista, mi trovavo
immobile mentre il mondo mi passava accanto freneticamente ad
una velocità quintuplicata rispetto al normale, non riuscivo più a
sentire quel battito d’ali ed invece di morire ho imparato a respirare.
Anna Biason
Alejandro Jodorowsky - Mi piace sviluppare la mia coscienza, per capire perché sono vivo.
Mi piace sviluppare la mia coscienza, per capire perchè sono vivo.
Che cos’è il mio corpo, e che cosa devo fare
per cooperare con i disegni dell’universo.
Non mi piace la gente che accumula informazioni inutili.
Che cos’è il mio corpo, e che cosa devo fare
per cooperare con i disegni dell’universo.
Non mi piace la gente che accumula informazioni inutili.
Che si crea false forme di condotta, plagiata da personalità importanti.
Mi piace rispettare gli altri, non per via delle deviazioni narcisistiche della loro personalità,
ma per come si sono evoluti interiormente.
Non mi piace la gente la cui mente non sa riposare in silenzio.
Il cui cuore critica gli altri senza sosta.
La cui sessualità vive insoddisfatta.
Il cui corpo s’intossica senza saper apprezzare di essere vivi.
Ogni secondo di vita è un regalo sublime.
Mi piace rispettare gli altri, non per via delle deviazioni narcisistiche della loro personalità,
ma per come si sono evoluti interiormente.
Non mi piace la gente la cui mente non sa riposare in silenzio.
Il cui cuore critica gli altri senza sosta.
La cui sessualità vive insoddisfatta.
Il cui corpo s’intossica senza saper apprezzare di essere vivi.
Ogni secondo di vita è un regalo sublime.
Mi piace invecchiare, perchè il tempo dissolve il superflo, e conserva l’essenziale.
Non mi piace la gente, che per retaggi infantili, trasforma le bugie in superstizioni.
Non mi piace che ci sia un papa, che predica senza condividere la sua anima con una papessa.
Non mi piace che la religione sia nelle mani di uomini che disprezzano le donne.
Mi piace collaborare, e non competere.
Mi piace scoprire in ogni essere, quella gioia interna che potremmo chiamare Dio interiore.
Non mi piace la gente, che per retaggi infantili, trasforma le bugie in superstizioni.
Non mi piace che ci sia un papa, che predica senza condividere la sua anima con una papessa.
Non mi piace che la religione sia nelle mani di uomini che disprezzano le donne.
Mi piace collaborare, e non competere.
Mi piace scoprire in ogni essere, quella gioia interna che potremmo chiamare Dio interiore.
Non mi piace l’arte che serve solo a celebrare il suo esecutore.
Mi piace l’arte che serve per guarire.
Non mi piacciono le persone troppo stupide.
Mi piace tutto cioò che provoca risate.
Mi piace affrontare volontariamente la mia sofferenza,
con l’obbiettivo di espandere,la mia coscienza.
Mi piace l’arte che serve per guarire.
Non mi piacciono le persone troppo stupide.
Mi piace tutto cioò che provoca risate.
Mi piace affrontare volontariamente la mia sofferenza,
con l’obbiettivo di espandere,la mia coscienza.
Alejandro Jodorowsky
LA MEDITAZIONE È UN TRUCCO - OSHO
Stare in silenzio è l'arte più semplice del mondo. Non si tratta di fare, ma di non-fare. Cosa c'è di difficile? Ti sto mostrando la strada per l'illuminazione attraverso la pigrizia! Non c'è niente da fare per raggiungerla, perché essa è la tua natura. La possiedi già. Solo che sei così occupato dalle cose esterne che non riesci a vedere la tua vera natura. Dentro di te, nel profondo, ci sono esattamente le stesse cose che ci sono fuori di te: bellezza, silenzio, estasi, beatitudine.
Ma, per favore, qualche volta sii gentile con te stesso e, semplicemente, siediti e non fare niente, né fisicamente né mentalmente. Rilassati, ma non come fanno gli americani... Mi è capitato di vedere dei libri intitolati Come Rilassarsi... già dal titolo si capisce che l'autore non sa nulla del rilassamento.
Non c'è nessun "come".
Può andar bene Come riparare un'auto, perché poi devi fare qualcosa. Ma non c'è nessun "fare" che abbia a che vedere con il rilassamento. Semplicemente, non fare niente. So che all'inizio lo troverai un po' difficile. Non perché il rilassamento sia difficile, ma perché ti sei assuefatto a fare qualcosa. E quell'assuefazione ci metterà un po' a sparire.
Sii e osserva, è sufficiente. Essere è non-fare, anche osservare è non-fare. Ti siedi in silenzio, senza fare niente, e sei il testimone di qualunque cosa accada. Ci saranno pensieri che si agiteranno nella tua mente; il tuo corpo potrebbe sentire delle tensioni da qualche parte; potrebbe venirti l'emicrania. Tu sii semplicemente un testimone. Non ti identificare con queste cos. Osserva, sii un osservatore sulla collina; mentre tutto il resto accade a valle. È un trucco, non un'arte.
Ma, per favore, qualche volta sii gentile con te stesso e, semplicemente, siediti e non fare niente, né fisicamente né mentalmente. Rilassati, ma non come fanno gli americani... Mi è capitato di vedere dei libri intitolati Come Rilassarsi... già dal titolo si capisce che l'autore non sa nulla del rilassamento.
Non c'è nessun "come".
Può andar bene Come riparare un'auto, perché poi devi fare qualcosa. Ma non c'è nessun "fare" che abbia a che vedere con il rilassamento. Semplicemente, non fare niente. So che all'inizio lo troverai un po' difficile. Non perché il rilassamento sia difficile, ma perché ti sei assuefatto a fare qualcosa. E quell'assuefazione ci metterà un po' a sparire.
Sii e osserva, è sufficiente. Essere è non-fare, anche osservare è non-fare. Ti siedi in silenzio, senza fare niente, e sei il testimone di qualunque cosa accada. Ci saranno pensieri che si agiteranno nella tua mente; il tuo corpo potrebbe sentire delle tensioni da qualche parte; potrebbe venirti l'emicrania. Tu sii semplicemente un testimone. Non ti identificare con queste cos. Osserva, sii un osservatore sulla collina; mentre tutto il resto accade a valle. È un trucco, non un'arte.
CREDO
Io non credo al concetto del male assoluto e tutte le entità a lui attribuite nel tempo dalla storia.
Credo piuttosto che nessuno debba mai cercare il potere attraverso, o per mezzo, della sofferenza altrui;
Credo che per lo stesso principio non si debba trarre nessun beneficio personale che possa esser frutto di una negazione inflitta ad un altro essere umano;
l’unica forma di male in cui Credo, è quella che si insinua nell’animo umano ogni qualvolta una persona ride dentro di se per la caduta di un altro, essa se non neutralizzata in tempo, continua a nutrirsi e a crescere, intossicando nel profondo;
Credo nella pienezza della Vita, volta alla continua evoluzione, nonché allo sviluppo della coscienza, che ci consenta di dare un senso positivo al nostro ruolo in questo pianeta che ci ospita;
Infine Credo e rispetto, tutte quelle persone che si adoperano ad inseguire la saggezza, dividendo la loro conoscenza, nonché mettendola al servizio di ogni essere umano, con l’umiltà di chi non si erge al di sopra degli altri e continua a ‘camminare’ tra la gente.
Anna Biason
IL CREDO FILOSOFICO
Io credo nell'ignoto, ch'è d'un Dio l'arcano,
dell'esser rivelato e dell'immensità;
d'ogni filosofia ideal sovrumano,
perfetta intelligenza e suprema bontà.
Credo che ciò che ha fine ci sveli l'infinito;
io credo alla ragione che mai debole fu;
io credo alla speranza e l'anima ho intuito per l'amore che sprezza ciò che ha morte quaggiù.
Credo che l'ideale personificherete,
o uomini che amate, che siete la bontà,
giusti di tutte l'epoche, il mio tempio voi siete
e il mio dogma ha per legge l'universalità.
Io credo che nel duolo la vita è cominciata,
credo che il mal del bene o sia l'ombra o l'error,
che per mobilitarla l'esistenza ci è data,
e che Satana è il nulla, solo bene è l'amor.
Sotto ogni simbol celasi una speranza cara;
e per tutti una legge la solidarietà;
cade a terra degl'idoli infranta ciascun ara al soffio di due motti GIUSTIZIA E VERITA'.
Io credo che il diritto il dovere misuri,
il debol deve meno di quel che più può dar;
temendo il vero Dio io credo che lo s'ingiuri;
le nostre forze uniscansi il culto a divulgar.
Credo che la natura sia una forza innocente
che renda mal per male a chi mal uso fè:
il mal ci rende attiva e vigile la mente, ma ciò solo rimedio e non castigo egli è.
Credo che sollevando di morte i fitti veli
noi torneremo tutti dove il principio fu;
l'ignoranza e l'error sono l'ombra dei cieli
cui centro eterno è il bene che non s'oscura più
Eliphas Levi
dell'esser rivelato e dell'immensità;
d'ogni filosofia ideal sovrumano,
perfetta intelligenza e suprema bontà.
Credo che ciò che ha fine ci sveli l'infinito;
io credo alla ragione che mai debole fu;
io credo alla speranza e l'anima ho intuito per l'amore che sprezza ciò che ha morte quaggiù.
Credo che l'ideale personificherete,
o uomini che amate, che siete la bontà,
giusti di tutte l'epoche, il mio tempio voi siete
e il mio dogma ha per legge l'universalità.
Io credo che nel duolo la vita è cominciata,
credo che il mal del bene o sia l'ombra o l'error,
che per mobilitarla l'esistenza ci è data,
e che Satana è il nulla, solo bene è l'amor.
Sotto ogni simbol celasi una speranza cara;
e per tutti una legge la solidarietà;
cade a terra degl'idoli infranta ciascun ara al soffio di due motti GIUSTIZIA E VERITA'.
Io credo che il diritto il dovere misuri,
il debol deve meno di quel che più può dar;
temendo il vero Dio io credo che lo s'ingiuri;
le nostre forze uniscansi il culto a divulgar.
Credo che la natura sia una forza innocente
che renda mal per male a chi mal uso fè:
il mal ci rende attiva e vigile la mente, ma ciò solo rimedio e non castigo egli è.
Credo che sollevando di morte i fitti veli
noi torneremo tutti dove il principio fu;
l'ignoranza e l'error sono l'ombra dei cieli
cui centro eterno è il bene che non s'oscura più
Eliphas Levi
CHE LINGUA È IL SANSCRITO?
La favoletta che si suole raccontare sull’origine del sanscrito è che esso si fondi sull’opera di tre grammatici, ovvero Panini (pANini), Katyayana (kAtyAyana) e Patanjali (pataJjali).
Il primo avrebbe scritto dei sutra (sUtra) estremamente concisi, l’Ashtadhyayi (aSTadhyAyI) che Katyayana avrebbe integrato con dei versi (noti come vArtika), che a sua volta Patanjali avrebbe, insieme ai sutra originari, commentato nel suo Mahabhashya (mahAbhASya), letteralmente Grande Commento, concludendo e chiudendo l’opera di definizione del sanscrito.
In realtà le cose non stanno esattamente così, ed è importante ricordare che Panini (collocabile nel IV aC) scrive la sua grammatica in un periodo molto difficile, buio, per i brahmana mentre Patanjali (ca I dC) scrive il suo Mahabhashya in un periodo di grande rifioritura della classe brahmanica, testimoniata proprio dall’importanza crescente del sanscrito; quanto a Katyayana, egli è spesso critico delle regole di Panini, dimostrando che esisteva un dibattito grammaticale in atto.
Se la grammatica di Panini risponde all’esigenza di mantenere quel che restava del potere di una classe sacerdotale spazzata via, o comunque notevolmente ridimensionata nella sua importanza, dalla perdita di importanza del sacrificio vedico, l’opera di Patanjali decreta l’avvenuta rinascita dei brahmana, con la nuova e definitiva funzione di codificatori e detentori privilegiati del sapere ufficiale (tutto il sapere, sacro e profano diremmo con delle nostre categorie), che si affianca a quella di esecutori dei tanti riti che costellano la vita sociale degli individui (e che ne determina un importantissimo ruolo di controllo sociale, fondamentale per l’esito del buon governo).
Da un punto di vista linguistico, Panini descrive una lingua viva seppur aulica, parlata negli ambienti sacerdotali nell’area del Nord Ovest (è stato notato che Panini descrive una lingua molto simile a quella dello strato Brahmana dei Veda), mentre Patanjali descrive una lingua che sta ormai definitivamente prendendo le distanze dalle lingue parlate naturali (che si usa chiamare Pracriti) e che ha già assunto il suo status di lingua franca di cultura, usata anche per l’amministrazione del potere.
L’affermazione del sanscrito come lingua di potere sembra essere legato alle amministrazioni locali (Shunga) e straniere (Shaka e Kushana) che si insidiano nel Nord dell’India dopo il crollo dell’impero di Ashoka: se nel III aC Ashoka nelle sue iscrizioni non utilizza mai il sanscrito, dal I dC gran parte delle iscrizioni celebrative dei re sono in sanscrito.
E’ probabile che gli imperatori stranieri, trovando da un lato una notevole varietà linguistica (testimoniata dalle molte lingue in cui sono redatti gli editti di Ashoka) e d’altro lato una classe brahmana assetata di rivincita dopo l’ascesa dei buddhisti (coronata dall’adozione dallo stesso Ashoka del buddhismo come religione imperiale) abbiano optato per favorire brahmana e sanscrito, decretando la “trasformazione” di quest’ultimo da lingua “sacra” a lingua “profana”.
Da un lato quindi il percorso che da Panini arriva a Patanjali non è affatto lineare, d’altro lato da Patanjali in avanti il sanscrito, ormai definitivamente rimosso dal flusso delle lingue naturali, diventa lingua di potere “politico” ancor più che “religioso”, nel senso che attraverso di essa i brahmana si collocano come i detentori, in quanto codificatori e trasmettitori, di tutto il sapere, riacquisendo così il loro ruolo di primaria importanza sociale.
E’ a partire da Patanjali che il sanscrito diventa lingua astratta: se Panini lascia molte “porte aperte” nella sua descrizione, menzionando più o meno apertamente l’esistenza di diversità nella lingua corretta (in questo modo dimostrando di avere a che fare con una lingua ancora viva), è nel Grande Commento che avviene la definitiva messa a punto di una lingua grammaticalmente immutabile, “chiusa”.
Anche i testi in sanscrito a noi pervenuti, è bene ricordarlo, hanno sempre qualcosa di astratto.
Quel che fa il sanscrito sul piano della lingua, cioè una modellizzazione grammaticale, lo fanno i testi con l’argomento che trattano: dobbiamo saper distinguere le intuizioni fondamentali, i messaggi profondi che tali testi contengono dagli “schemini” che in ogni ambito appaiono numerosi, ma che servono più che altro, ai brahmana che di questi testi sono gli autori, a dominare l’argomento, in termini operativi (in dispute giuridiche o comunque di fronte a un’esigenza specifica), non a “spiegarlo” (tanto meno a noi) a livello concettuale.
Passando alla presunta unità del sanscrito, che vorrebbe farci credere ad un’unica lingua in uso da duemila anni circa, essa è da un lato smentita dall’esistenza di molti testi (alcuni dei quali risalgono a prima del “successo” di Patanjali, fra cui spicca il Mahabharata, altri legati a specifici generi letterari, per esempio i Purana) che non rispettano sempre le regole della menzionata triade di grammatici, e d’altro lato da ridimensionare alla luce della vastità della produzione letteraria in sanscrito: di fatto ogni genere letterario ha delle sue specificità che spesso creano delle vere distinzioni linguistiche (la sintassi e il vocabolario, per esempio, cambiano molto a seconda del tipo di testo con cui si ha a che fare).
Inoltre, a dimostrazione che le cose da un punto di vista linguistico sono “andate avanti”, continuamente sono state prodotte altre grammatiche che rielaborando l’ordine con cui Panini aveva trattato l’argomento hanno fornito strumenti di studio più utilizzabili alle generazioni di studiosi successive (oltre ad aver espunto definitivamente il vedico dal sanscrito: in effetti la più antica grammatica di questo genere a noi pervenuta, risalente all’XI sec., è opera di un buddhista, che nel Veda proprio non credeva di poter trovare nulla di interessante).
Quindi, se è vero che non è una lingua naturale, la sua lenta genesi a partire da una lingua naturale garantisce che il sanscrito non sia una lingua artificiale fatta a tavolino (come per esempio l’Esperanto); d’altra parte se è vero che non è una lingua viva (e infatti il sanscrito lingua ufficiale dell’India contemporanea è più che altro un arma di propaganda ideologica in mano ai fondamentalisti hindù), indubbiamente essa non è una lingua morta (come lo è il latino per esempio) poiché grazie alla sua duttilità e precisione grammaticale può adattarsi, come ha fatto nei millenni scorsi, a sempre nuove esigenze semantiche.
Resta la questione, particolarmente scottante per i principianti, di che cosa si può sperare di ottenere, a fronte di tale complessità (che ricordiamoci corrisponde ad una mole di testi in sanscrito assolutamente sconcertante, tra l’altro con una gran parte di manoscritti ancora inediti, se non del tutto inesplorati), con lo studio di quella che normalmente è chiamata la grammatica di base, e che costituisce l’oggetto principale del mio corso.
La risposta in effetti è piuttosto semplice: una conoscenza sufficientemente “pronta” (cioè il meno possibile dipendente da libri, appunti e schemini) della grammatica di base è conditio sine qua non per poter intraprendere un valido percorso di conoscenza e interpretazione del bagaglio concettuale disseminato nei tantissimi testi in sanscrito a noi pervenuti (nonché ovviamente per cogliere i pregi letterari dei testi poetici).
Senza una conoscenza della grammatica di base del sanscrito si è condannati ad una superficialità interpretativa che, unita alla distanza culturale che oggettivamente ci separa dai testi indiano-classici, non ci permettere di utilizzare in maniera costruttiva il patrimonio concettuale in essi contenuto.
Solo il sanscrito ci può affrancare dalle interpretazioni altrui (spesso molto ideologiche, visto il legame a doppia corda fra sanscrito e ideologia brahmanica) o dal rischio di proiettare concetti estranei, provenienti dalla nostra tradizione culturale, sulla realtà indiano classica e così facendo precluderci la possibilità di arrichire realmente il nostro patrimonio concettuale.
E, va detto, sin da Panini, i grammatici indiani ripetono che lo studio della grammatica, che si traduce in un controllo sulla lingua o comunque in una maggiore presa di coscienza della sua potenza, è attività altamente purificante: tradotto in termini contemporanei, posso certamente dire che studiare sanscrito è un ottimo modo per resistere all’attacco che lingua e letteratura in genere stanno subendo dai colpi inferti dalla “civiltà” del video, che vuole farci credere che le parole contano poco o niente.
da Giulio Enrico Geymonat, docente di Sanscrito e Filosofia
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